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PMI italiane e lockdown: la cura che ha annientato il tessuto produttivo
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PMI italiane e lockdown: la cura che ha annientato il tessuto produttivo

14 aprile 20203 min lettura

Posso offrire la mia analisi da persona direttamente impegnata in una sorta di osservatorio sulle PMI da fine febbraio, assieme a un team di volontari. Mi sono impegnato a fare consulenze per supportare chi potevo, spesso pro-bono, vista la situazione.

La mia critica al lockdown coatto italiano non nasceva solo da valutazioni di rischio sanitario — il Covid ama trasmettersi a poca distanza e la sua carica virale aumenta in casa, con la compresenza di cluster asintomatici e persone a rischio nelle stesse abitazioni. Nasceva anche dall'analisi della fragilità del tessuto delle PMI italiane, che il lockdown così concepito avrebbe del tutto annientato.

La fragilità strutturale delle PMI

Le piccole e medie imprese italiane soffrono di fattori intrinseci — problemi nel ricambio generazionale, modelli di marketing basati sul concetto di nicchia — e di fattori strutturali: tassazione esasperata, nessun vero ammortizzatore sociale, difficoltà burocratiche abnormi. Danno lavoro a tantissima gente e forniscono un gettito altissimo allo stato, ma sono incredibilmente fragili se il contesto diventa ancora più ostile.

L'Italia è un paese produttivo e industriale. Nelle industrie, la distanza sociale non è generalmente un problema fuori dagli uffici. Ci sono sindacati e procedure di sicurezza. Sono ambienti perfetti per implementare modelli di contenimento — misurazione della temperatura, turni scaglionati. Poteva e doveva essere fatto invece di chiuderle.

L'impatto sui flussi di cassa

Molte PMI industriali hanno iniziato a soffrire già da inizio marzo. I flussi di cassa non sono un gioco: si calcolano in range di pochi giorni. Pochi giorni di chiusura non preventivata per una fabbrica sono un grosso guaio. Settimane di chiusura sono un cataclisma.

Il picco di imprenditori disperati si è avuto a metà marzo, quando si sono ritrovati a pagare i dipendenti per stare a casa senza alcuna rassicurazione dello stato. Nessun piano di riapertura, nessuna idea, solo promesse inaffidabili come la follia dei 400 miliardi di euro. La mancanza di una direzione governativa seria combinata all'eccesso di decreti inutili ha generato un effetto domino devastante.

La tragedia dei negozi

L'Italia ha fortunatamente ancora una quantità importante di attività commerciali al dettaglio. Tengono vivi i paesi, danno lavoro a tanta gente. Sono state le vittime più gravi del lockdown. Molti spazi ampi avrebbero potuto gestire un flusso in stile supermercato, ma sono stati chiusi senza reale motivo — mentre edicole e tabaccai, che rappresentano quasi l'opposto della distanza sociale, rimanevano aperti.

Se l'industria ha sofferto molto, le attività commerciali hanno subito un cataclisma senza precedenti. Per loro i problemi sono l'affitto degli spazi e la gestione dei pagamenti ai fornitori. Business molto poco fluidi, per cui qualche settimana di chiusura può significare la fine.

La cura che ammazza più della malattia

Le persone nell'Italia col lockdown coatto sono morte a ordini di grandezza maggiori rispetto ai paesi che hanno scelto altre forme di contenimento. E le PMI sono state in buona parte annientate. Moltissime non riapriranno. Quando mancano i soldi e salta la baracca, ricostruirla in pochi mesi non è concesso — soprattutto in un paese così ostico alla libera impresa.

Non si vedeva alcuna pianificazione seria per la fase di tracciamento attivo, il famoso modello coreano di cui parlavo da inizio marzo. Era tutto un navigare a vista. Ma l'imprenditoria non può navigare a vista. Ci sono contratti, assunzioni, fornitori, processi produttivi. Tutto deve essere orchestrato per tempo. La forza di un paese è il mix di democrazia solida e libera impresa. In quelle settimane abbiamo avuto una democrazia delle banane e una libera impresa artificialmente annientata.

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