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Il velo islamico: una riflessione onesta tra antropologia e umiltà
Società

Il velo islamico: una riflessione onesta tra antropologia e umiltà

30 dicembre 20183 min lettura

Mi sono trattenuto dal trattare questo argomento per giorni perché è il tipico tema da "mi piace vincere facile". Si noti il qualunquismo — tipico di chi non ha viaggiato un giorno, di chi non ha letto un libro di sociologia — nelle risposte più popolari sull'argomento. Si arriva al comizio citando la mutilazione genitale femminile e le donne trattate come oggetti. Che non c'entrano nulla con la domanda sul velo. Ma l'importante è prendere consenso, giusto? Questa roba crea razzismo. Ed è vergognoso.

Il punto di partenza: siamo tutti coinvolti

La domanda va a parare su qualcosa di caldissimo, ficcato in profondità nello scontro ideologico tra cultura islamica e cultura cristiana. Non posso rispondere in modo neutrale. Come non potete voi. La nostra matrice è cristiana, anche se siamo atei. Ricordate cosa ci aveva detto Benedetto Croce sull'impossibilità di uscire dalla nostra formattazione cattolica in quanto italiani? Abbiamo occhiali davanti agli occhi che distorcono ciò che vediamo.

La mia reazione istintiva

Ovviamente mi infastidisce che una donna sia costretta a portare un velo integrale. Sono nato in Europa negli anni Ottanta. I miei valori sono questi. Ritengo il velo integrale inaccettabile perché le donne nel mio mondo sono identiche agli uomini — a volte più intelligenti. Qualsiasi forma di limitazione della libertà personale mi fa fisicamente male.

Però poi torno a leggere la domanda e mi sforzo di non cadere nella trappola del populismo facile. La domanda chiede anche cosa penso del velo parziale. E qui le cose si complicano.

Uscire dalla bolla eurocentrica

Ho conosciuto qualche decina di ragazze islamiche nella mia vita. La prima cosa che mi viene in mente è che nessuna di loro riteneva il velo un'imposizione. Certo, erano tutte benestanti. Ma non sono forse le persone agiate le più sensibili ai temi di libertà e autodeterminazione? In fondo anche Marx non era un proletario.

Perché allora una ragazza ricca, libera mentalmente e acculturata, è così affezionata a quella che per me da europeo è una costrizione? Praticamente tutte loro erano ossessive nell'adorare il proprio velo, almeno fino al chador. Ossessive. Esattamente come un tredicenne italiano ossessivo per le proprie nuove Adidas firmate.

Simulacri totemici

Il pungolo della questione è probabilmente semplice: che differenza c'è tra il tredicenne che sogna le sneaker come amuleto di accettazione sociale e la ragazza che adora il suo khimar come amuleto di accettazione sociale? Da un punto di vista sociologico: nessuna. Sono simulacri totemici. Indicano appartenenze a culture e tribù.

Per me contano le mie tribù — il marketing, la teoria del caos, la finanza quantitativa. Per loro conta la religione. Non c'è differenza. Fatico ad accettarlo. Come faticate voi. Ma c'è un motivo se dall'interno di un universo non possiamo immaginare gli altri universi.

La voce di chi lo vive

Una donna musulmana, nata e cresciuta a Roma da madre italiana e padre egiziano, racconta: "Nessuno nella mia famiglia porta il velo, tranne me. Nel 2000, a 21 anni, ho indossato per la prima volta il mio hijab. Da sola, senza fidanzati che mi hanno costretta, senza un padre padrone. Semplicemente per mia personale scelta, che nessuno ha ostacolato e tutti hanno accettato."

C'è un mondo là fuori che non capisco e non capite. Un mondo complicato. Ma cullarci nella nostra superiorità farà solo peggio nel bloccare la percezione. Siate vigili verso chi soffia verso gli istinti bassi — in politica o sui social. È sempre facile vendere puntando verso il basso.

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